C'era una volta, e c'è ancora, il portinaio della sede della "Delegazione Italiana presso l'OCSE". Un uomo tutto tondo, barbuto e gioviale, sulla cinquantina, con la battuta pronta e con una sua particolare filosofia sulle leggi che regolano il mondo. In particolare, se gli date un po' di confidenza, non tarderà a raccontarvi dei virus che ammorbano la Delegazione, da lui definiti il virus del "giustificazione" e della "necessità". Il primo colpisce di solito i diplomatici, e li porta a dover giustificare il fatto che ogni mese gli arrivino in conto corrente botte da 30.000 euro. Spesso il virus li costringe a mettersi a scrivere furiosamente, tomi di 200 pagine, di cui 198 sono frasi senza senso, e solo le prime 10 dicono qualcosa. L'altro virus invece colpisce le segretarie: le fa sentire inutili, e per combatterlo esse devono tentare di dimostrarsi invece necessarie, tenendo strette per se ogni informazione che riescono a recuperare, qualsiasi essa sia, per passarle poi direttamente ai superiori senza che nessun'altro le venga a sapere prima. In questa maniera daranno un senso alla loro presenza nell'edificio.
Ma torniamo al nostro omino paffuto, che voglio raccontarvi una storia che gli è capitata personalmente.
Tale omino ha origini per metà italiane: la madre è nata a Modena, e si è poi trasferita in Francia per lavoro. Lui quindi da piccolo è tornato spesso in quel paese per far visita ai nonni, e lì ha imparato il dialetto modenese. Quello vecchio, quello originale, dei nonni appunto. L'ha imparato e l'ha portato via con sé in Francia, stretto e puro come l'aveva sentito. E così l'ha conservato negli anni, senza che subisse i successivi cambiamenti apportati dalle generazioni successive. Tant'è che anche ora, quando torna in città, si trova bene a parlare solo con gli anziani, perchè loro riconoscono quella lingua e la parlano correntemente, mentre i più giovani fanno fatica a stargli dietro: troppo vecchia per loro.
Sta di fatto che un giorno di qualche anno fa il nostro protagonista si trova proprio in quel di Modena, passeggiando tranquillamente per il centro, quando improvvisamente viene avvicinato da dei giovani del luogo, che si presentano come membri di un partito politico dal sedicente nome di Lega Nord. Il nostro uomo si ferma benevolente e ascolta i discorsi dei giovani, che gli descrivono gli ideali del partito e si accaniscono in particolare con gli immigrati che stanno rovinando il Paese. Lui annuisce interessato, e anzi inizia una discussione cordiale, utilizzando proprio quel dialetto che aveva ereditato. Come fosse stato un codice segreto, i giovani capiscono subito che è una persona del luogo, si sentono a loro agio nel parlare con un compaesano e tentano di rispondere a tono, utilizzando anche loro il dialetto locale. Ma loro tentennano, alcune dei termini usati dal signore sono troppo stretti, troppo antichi, a volte non riescono a comprendere tutto. Alla fine della discussione i giovani hanno espresso tutte le idee di cui erano portatori, e invitano il signore ad appoggiare una proposta del loro partito, firmando un documento che gli propongono, convinti che il compaesano avrebbe ben accettato. Il signore infatti dice "sì sì, prego, fate pure, aggiungetemi...di cosa avete bisogno?Di un documento d'identità per caso?". E loro, subito "Sì sì, perfetto, ci dia la sua carta d'identità, che prendiamo i dati!". Il signore, gentile come sempre, porge loro il documento e li invita a segnarsi pure il suo nome e cognome. I giovani, contenti di aver trovato un nuovo sostenitore, prendono la carta e la aprono per segnare i dati. Cosa avviene a questo punto ce lo racconta lo stesso protagonista: "Avrei dato tutto l'oro del mondo per poter avere una telecamera in quel momento e filmare le loro facce quando lessero il mio nome. Io mi chiamo Mohamed El Cherif. Di madre italiana e padre nordafricano". Sta di fatto che i ragazzi impallidiscono, non sanno più cosa fare, balbettano, si guardarono tra loro, mentre il signore li sollecita a segnare il nome nella lista. Alla fine riconsegnano il documento e se ne vanno, senza parole e senza ben aver capito come sia possibile che un mezzo africano assomigli anche fisicamente a loro e parli pure modenese stretto...Mha!Misteri della globalizzazione!
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Ma torniamo al nostro omino paffuto, che voglio raccontarvi una storia che gli è capitata personalmente.
Tale omino ha origini per metà italiane: la madre è nata a Modena, e si è poi trasferita in Francia per lavoro. Lui quindi da piccolo è tornato spesso in quel paese per far visita ai nonni, e lì ha imparato il dialetto modenese. Quello vecchio, quello originale, dei nonni appunto. L'ha imparato e l'ha portato via con sé in Francia, stretto e puro come l'aveva sentito. E così l'ha conservato negli anni, senza che subisse i successivi cambiamenti apportati dalle generazioni successive. Tant'è che anche ora, quando torna in città, si trova bene a parlare solo con gli anziani, perchè loro riconoscono quella lingua e la parlano correntemente, mentre i più giovani fanno fatica a stargli dietro: troppo vecchia per loro.
Sta di fatto che un giorno di qualche anno fa il nostro protagonista si trova proprio in quel di Modena, passeggiando tranquillamente per il centro, quando improvvisamente viene avvicinato da dei giovani del luogo, che si presentano come membri di un partito politico dal sedicente nome di Lega Nord. Il nostro uomo si ferma benevolente e ascolta i discorsi dei giovani, che gli descrivono gli ideali del partito e si accaniscono in particolare con gli immigrati che stanno rovinando il Paese. Lui annuisce interessato, e anzi inizia una discussione cordiale, utilizzando proprio quel dialetto che aveva ereditato. Come fosse stato un codice segreto, i giovani capiscono subito che è una persona del luogo, si sentono a loro agio nel parlare con un compaesano e tentano di rispondere a tono, utilizzando anche loro il dialetto locale. Ma loro tentennano, alcune dei termini usati dal signore sono troppo stretti, troppo antichi, a volte non riescono a comprendere tutto. Alla fine della discussione i giovani hanno espresso tutte le idee di cui erano portatori, e invitano il signore ad appoggiare una proposta del loro partito, firmando un documento che gli propongono, convinti che il compaesano avrebbe ben accettato. Il signore infatti dice "sì sì, prego, fate pure, aggiungetemi...di cosa avete bisogno?Di un documento d'identità per caso?". E loro, subito "Sì sì, perfetto, ci dia la sua carta d'identità, che prendiamo i dati!". Il signore, gentile come sempre, porge loro il documento e li invita a segnarsi pure il suo nome e cognome. I giovani, contenti di aver trovato un nuovo sostenitore, prendono la carta e la aprono per segnare i dati. Cosa avviene a questo punto ce lo racconta lo stesso protagonista: "Avrei dato tutto l'oro del mondo per poter avere una telecamera in quel momento e filmare le loro facce quando lessero il mio nome. Io mi chiamo Mohamed El Cherif. Di madre italiana e padre nordafricano". Sta di fatto che i ragazzi impallidiscono, non sanno più cosa fare, balbettano, si guardarono tra loro, mentre il signore li sollecita a segnare il nome nella lista. Alla fine riconsegnano il documento e se ne vanno, senza parole e senza ben aver capito come sia possibile che un mezzo africano assomigli anche fisicamente a loro e parli pure modenese stretto...Mha!Misteri della globalizzazione!
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2 commenti:
sono commosso..
ricky
beh! saluta lo strepitoso portinaio. tutto bene col franscese? cià . silvia e banda
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